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Titolo: San Sebastiano |
| Anno: 1657 | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 210×170 | |
| Città: Cosenza | |
| Collocazione: Galleria Nazionale Palazzo Arnone |
Il dipinto proviene dalla Collezione Ferrara-Dentice di Napoli e, allo stato attuale della ricerca, non se ne conosce né la committenza, né la destinazione originaria. Sono note, però, altre versioni del medesimo soggetto, che venne replicato con molta fortuna sia dal Preti stesso che da suoi seguaci o imitatori (Utili 1984, p. 378). Fra queste, senz’altro, l’opera più nota è quella custodita nel Museo di Capodimonte di Napoli, già nella chiesa dei Sette Dolori di Napoli dove, secondo il De Dominici, divenne vera e propria scuola di «perfetto disegno» e «ottimo naturale» (Utili 1984, p. 378). Questo dipinto, databile al 1657, mostra la piena maturità di Mattia Preti (Longhi 1913, p. 41), la cui monumentalità barocca risente delle meditazioni berniniane (Strinati 1995, pp. 9 sgg.). […] Di poco successivi dovrebbero essere sia il San Sebastiano in collezione Pérez Asensio a Jerez de La Frontera, sia questo (Utili 1984, p. 378), mentre originali redazioni tarde sono il dipinto della chiesa della Beata Vergine di Sarria a Floriana, del quale è stato reso noto anche un disegno preparatorio, e l’altro nella chiesa di San Domenico a Taverna, documentato al 1687 (Carandente 1966, p. 10; Utili 1984, p. 378; Caputo 1990, p. 30; Spike 1999, pp. 71-72). In quest’ultima versione la composizione è fortemente modificata: il Santo martire non è più accasciato, ma rappresentato in atteggiamento eroico, ritto e poderoso.
Il San Sebastiano di Cosenza, come già detto, si avvicina fortemente agli esiti dell’opera custodita a Capodimonte, tanto che ne potrebbe condividere la cronologia allo stesso momento napoletano. Il Santo è colto nel momento di massima tensione drammatica, espressa efficacemente dal bianco niveo dell’incarnato che emerge dal chiaroscuro dai toni rossastri (Vitelli 1995, p. 18) L’opera è un’intensa meditazione della lezione caravaggesca, la cui rivisitazione assume più pregnante significato a Napoli, dove alla metà del Seicento essendo ancora viva nell’alta interpretazione del Ribera e degli ultimi naturalisti, permette al Preti di qualificarsi come «l’interprete migliore del gusto emergente alla svolta del secolo» (Utili 1984, p. 167).
Il San Sebastiano di Cosenza, come già detto, si avvicina fortemente agli esiti dell’opera custodita a Capodimonte, tanto che ne potrebbe condividere la cronologia allo stesso momento napoletano. Il Santo è colto nel momento di massima tensione drammatica, espressa efficacemente dal bianco niveo dell’incarnato che emerge dal chiaroscuro dai toni rossastri (Vitelli 1995, p. 18) L’opera è un’intensa meditazione della lezione caravaggesca, la cui rivisitazione assume più pregnante significato a Napoli, dove alla metà del Seicento essendo ancora viva nell’alta interpretazione del Ribera e degli ultimi naturalisti, permette al Preti di qualificarsi come «l’interprete migliore del gusto emergente alla svolta del secolo» (Utili 1984, p. 167).
R.C.
Mattia Preti, Il Cavalier Calabrese – Electa Napoli, 1999
Mattia Preti, Il Cavalier Calabrese – Electa Napoli, 1999

