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Titolo: Ritorno del figliol prodigo |
| Anno: 1642 circa | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 129×169,5 | |
| Città: Monaco | |
| Collocazione: Bayerische Staatsgemaldesämmlungen Alte Pinakothek |
Il dipinto risulta trasferito dalla residenza del principe-vescovo di Passavia al castello di Schleissheim nel 1804.
Si tratta di una delle varianti meno note del celebre episodio evangelico, che Mattia Preti rappresentò in numerose versioni (Si vedano in proposito le schede relative ai dipinti di uguale soggetto appartenenti alle collezioni di Palazzo Reale e di Capodimonte a Napoli – schede nn. 81 e 99 -, del Museo Nazionale di Reggio Calabria – scheda n.186 – e del Musée de Tessé di Le Mans – scheda n. 35).
La riduzione del numero dei personaggi raffigurati ai soli protagonisti della storia avvicina quest’opera a quella segnalata in collezione privata da Maurizio Marini (1976). Entrambe le tele, insieme con il quadro di Reggio Calabria, sono ritenute dalla Utili opere più tarde rispetto a quelle di Le Mans e Napoli, datate dalla studiosa nell’arco di un decennio a partire dai «pieni anni Quaranta». A fronte di tale ipotesi il dipinto di Monaco è stato inserito da Marini (1989) e da Spike (1999) nell’ambito dell’attività esercitata dal pittore a Roma intorno al 1642, epoca nella quale l’artista avrebbe meditato e rielaborato i cicli pubblici di Caravaggio.
Rispetto al più esplicito intento narrativo espresso nelle tele di maggiori dimensioni, l’attenzione dell’artista si concentra sul dialogo muto e straordinariamente intenso tra padre e figlio. Nella figura astante col cappello piumato, dipinta sulla destra della tela, è stata ravvisata sia la presenza di un paggio (Utili 1999) sia l’inquieta rappresentazione del fratello maggiore, volutamente contrapposta, in chiave ‘manfrediana’, alla scena della riconciliazione (Marini 1989).
Si tratta di una delle varianti meno note del celebre episodio evangelico, che Mattia Preti rappresentò in numerose versioni (Si vedano in proposito le schede relative ai dipinti di uguale soggetto appartenenti alle collezioni di Palazzo Reale e di Capodimonte a Napoli – schede nn. 81 e 99 -, del Museo Nazionale di Reggio Calabria – scheda n.186 – e del Musée de Tessé di Le Mans – scheda n. 35).
La riduzione del numero dei personaggi raffigurati ai soli protagonisti della storia avvicina quest’opera a quella segnalata in collezione privata da Maurizio Marini (1976). Entrambe le tele, insieme con il quadro di Reggio Calabria, sono ritenute dalla Utili opere più tarde rispetto a quelle di Le Mans e Napoli, datate dalla studiosa nell’arco di un decennio a partire dai «pieni anni Quaranta». A fronte di tale ipotesi il dipinto di Monaco è stato inserito da Marini (1989) e da Spike (1999) nell’ambito dell’attività esercitata dal pittore a Roma intorno al 1642, epoca nella quale l’artista avrebbe meditato e rielaborato i cicli pubblici di Caravaggio.
Rispetto al più esplicito intento narrativo espresso nelle tele di maggiori dimensioni, l’attenzione dell’artista si concentra sul dialogo muto e straordinariamente intenso tra padre e figlio. Nella figura astante col cappello piumato, dipinta sulla destra della tela, è stata ravvisata sia la presenza di un paggio (Utili 1999) sia l’inquieta rappresentazione del fratello maggiore, volutamente contrapposta, in chiave ‘manfrediana’, alla scena della riconciliazione (Marini 1989).
M. M.
Mattia Preti, Il Cavalier Calabrese – Electa Napoli, 1999

