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Titolo: Crocifissione di Sant’Andrea |
| Anno: 1650 circa | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 133×145,5 | |
| Città: Adelaide (Australia) | |
| Collocazione: Art Gallery of South Australia |
L’opera è uno dei rarissimi bozzetti del Preti, e per di più riferibile a un lavoro ben preciso.
Si tratta, infatti, di uno studio per l’affresco centrale dell’abside di Sant’Andrea della Valle in Roma, databile con certezza alla metà del secolo. Dunque anche il bozzetto deve essere necessariamente collocabile verso il 1650, il che suggerisce interessanti conseguenze.
È notevole osservare, infatti, come vi siano varianti importantissime tra il bozzetto e l’opera finita. In realtà il bozzetto ha una sua autonomia che deve essere rimarcata, proprio per quel che riguarda l’organizzazione generale dello spazio e la qualità della materia pittorica. Si li cavano in modo chiarissimo, da questo dipinto, i termini del contrasto tra Preti e la cultura di chi lo aveva preceduto proprio in quell’ambiente della chiesa di Sant’Andrea della Valle, e cioè Domenichino e Lanfranco. Mentre nell’opera finita sembra evidente che Preti si misurò esplicitamente col Domenichino rafforzandone e ingigantendone la nitidezza dello sguardo e la fermezza del segno grafico, è altrettanto chiaro che nel bozzetto il polo del confronto è sopratutto con Lanfranco di cui sembra voler rivivere l’impasto cromatico, ricchissimo di sfumature e accensioni, e l’impaginazione dell’insieme concentrando le figure degli astanti nella parte bassa della composizione come ad alleggerire il peso delle masse e la figura stessa del sant’Andrea così fortemente connotato in direzione monumentale. Ne scaturisce una pittura fìnissima e limpida che è perfettamente coerente con quanto è lecito pensare dello sviluppo del Preti alla vigilia della grande impresa che dovette procurargli non pochi tormenti, mentre nel bozzetto la visione appare radiosa e di fresco e immediato impatto, così come, poi, egli riuscì a fare nella quasi contestuale impresa di Modena, apice della sua ispirazione in chiave emiliana ancora aperta alle più diverse interpretazioni.
Si tratta, infatti, di uno studio per l’affresco centrale dell’abside di Sant’Andrea della Valle in Roma, databile con certezza alla metà del secolo. Dunque anche il bozzetto deve essere necessariamente collocabile verso il 1650, il che suggerisce interessanti conseguenze.
È notevole osservare, infatti, come vi siano varianti importantissime tra il bozzetto e l’opera finita. In realtà il bozzetto ha una sua autonomia che deve essere rimarcata, proprio per quel che riguarda l’organizzazione generale dello spazio e la qualità della materia pittorica. Si li cavano in modo chiarissimo, da questo dipinto, i termini del contrasto tra Preti e la cultura di chi lo aveva preceduto proprio in quell’ambiente della chiesa di Sant’Andrea della Valle, e cioè Domenichino e Lanfranco. Mentre nell’opera finita sembra evidente che Preti si misurò esplicitamente col Domenichino rafforzandone e ingigantendone la nitidezza dello sguardo e la fermezza del segno grafico, è altrettanto chiaro che nel bozzetto il polo del confronto è sopratutto con Lanfranco di cui sembra voler rivivere l’impasto cromatico, ricchissimo di sfumature e accensioni, e l’impaginazione dell’insieme concentrando le figure degli astanti nella parte bassa della composizione come ad alleggerire il peso delle masse e la figura stessa del sant’Andrea così fortemente connotato in direzione monumentale. Ne scaturisce una pittura fìnissima e limpida che è perfettamente coerente con quanto è lecito pensare dello sviluppo del Preti alla vigilia della grande impresa che dovette procurargli non pochi tormenti, mentre nel bozzetto la visione appare radiosa e di fresco e immediato impatto, così come, poi, egli riuscì a fare nella quasi contestuale impresa di Modena, apice della sua ispirazione in chiave emiliana ancora aperta alle più diverse interpretazioni.
C. S.
Mattia Preti, Il Cavalier Calabrese – Electa Napoli, 1999

