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Titolo: La chiamata di Matteo |
| Anno: 1630-1640 | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 104×164 | |
| Città: Vienna | |
| Collocazione: Kunsthistorisches Museum |
Nell’inventario del 1733 della Galleria Imperiale di Vienna il dipinto figurava come opera di Guerci no, motivo per il quale non compare nei meticolosi elenchi di opere pretiane redatti, agli inizi di questo secolo, dal Mitidieri e dal Sergi; l’attribuzione a Preti si deve ad una comunicazione verbale di Arslan, riportata nelle guide più recenti del museo ma senza l’indicazione della data.
La vena narrativa, che caratterizza tutta la produzione di Preti fino agli anni più maturi, si legge chiaramente nella maniera stessa di concepire la scena, connotata fortemente da modi caravaggeschi. La tela riproduce l’episodio con una visuale molto ravvicinata, leggermente rialzata, che consente di leggere bene il banco della gabella con le monete bene in vista che connotano la scena e ne rendono esplicita l’iconografia Alla espressione stupita di Matteo, che con un gesto semplice di grande impatto sembra chiedere conferma di essere proprio lui il prescelto, si contrappone l’espressione più stereotipa della donna che porta in pegno una collana, mentre definiti dal controluce appaiono il volto di Cristo stesso, dell’apostolo che lo accompagna e dell’uomo in armi di spalle – antica idea alla Manfredi – che occupa, con la sua mole fin troppo imponente, una buona parte del primo piano. Per questo aspetto la tela è stata avvicinata, non a torto, alla Salomè con la testa del Battista di Sarasota, nella cui composizione la figura di Erode di spalle, ammantato con un vistoso drappo giallo, completamente investito dalla luce, occupa da solo, allo stesso modo eccessivo, quasi la metà del primo piano (Londra 1985, p. 26, n. 9) Ma il riferimento più vicino a questa tela viennese è costituito dalla Negazione di Pietro di Carcassonne che ne condivide, oltre alle incertezze compositive, la scelta di rappresentare un soggetto religioso come una scena di genere a lume notturno.
Si tratta, in tutti i casi, delle prime opere del giovane pittore calabrese, che tuttavia mostra già di districarsi con un certo grado di autonomia e una sua forte personalità.
La vena narrativa, che caratterizza tutta la produzione di Preti fino agli anni più maturi, si legge chiaramente nella maniera stessa di concepire la scena, connotata fortemente da modi caravaggeschi. La tela riproduce l’episodio con una visuale molto ravvicinata, leggermente rialzata, che consente di leggere bene il banco della gabella con le monete bene in vista che connotano la scena e ne rendono esplicita l’iconografia Alla espressione stupita di Matteo, che con un gesto semplice di grande impatto sembra chiedere conferma di essere proprio lui il prescelto, si contrappone l’espressione più stereotipa della donna che porta in pegno una collana, mentre definiti dal controluce appaiono il volto di Cristo stesso, dell’apostolo che lo accompagna e dell’uomo in armi di spalle – antica idea alla Manfredi – che occupa, con la sua mole fin troppo imponente, una buona parte del primo piano. Per questo aspetto la tela è stata avvicinata, non a torto, alla Salomè con la testa del Battista di Sarasota, nella cui composizione la figura di Erode di spalle, ammantato con un vistoso drappo giallo, completamente investito dalla luce, occupa da solo, allo stesso modo eccessivo, quasi la metà del primo piano (Londra 1985, p. 26, n. 9) Ma il riferimento più vicino a questa tela viennese è costituito dalla Negazione di Pietro di Carcassonne che ne condivide, oltre alle incertezze compositive, la scelta di rappresentare un soggetto religioso come una scena di genere a lume notturno.
Si tratta, in tutti i casi, delle prime opere del giovane pittore calabrese, che tuttavia mostra già di districarsi con un certo grado di autonomia e una sua forte personalità.
Mariella Utili – Mattia Preti tra Roma, Napoli e Malta – Electa Napoli, 1999

