Studio per Sant’Andrea.
Firenze, Galleria degli Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe.
Sanguigna,
mm 249×163
MATTIA PRETI a cura di Erminia Corace, Roma, 1989, pag. 81
Si accompagna ad altri quattro fogli nella stessa collezione riferibili, tutti, al primo serio impegno commissionato al pittore a Roma, ove s’era conquistato la stima dei contemporanei in un ventennio di lavoro dal 1630 circa. Si tratta del ciclo con le storie ad affresco nell’abside illustranti il Martirio di sant’Andrea al centro tra Sant’Andrea legato alla croce a sinistra e la Sepoltura a destra. Gli affreschi, commissionati nell’aprile del 1650, vennero scoperti l’8 aprile del 1651 con soddisfazione dei padri teatini, come attesta un documento pubblicato dal Mitidieri (1913, pp. 431-432). Il pittore, invece, preoccupato fin dall’inizio del consenso pubblico e ‘ingabbiato’ per queste composizioni dall’impari e diretto confronto con l’opera del Domenichino, ne fu sempre scontento, confermando in tal modo la stessa critica contemporanea e i giudizi sfavorevoli dei biografi Pascoli e De Dominici sulle reazioni dei contemporanei.
Nel disegno, lo studio centrale è preliminare alla figura del Santo che sta per essere legato alla croce nella scena sulla sinistra, mentre uno dei manigoldi è indaffarato a sostenerlo e a posizionarne la gamba.
Più in alto, l’analogo, ripetuto, studio della figura singola è lasciato in abbozzo. Altre prime idee prendono forma sul foglio: l’appena accennata figura sulla sinistra in alto suggerisce la posa della morte del Santo nella scena centrale; lo schizzo per l’aguzzino che tira la fune per il particolare nell’innalzamento della croce in basso sulla destra; il più chiaro precisarsi della rotazione del busto di questa stessa figura, ombreggiato dal tratto pastoso della matita rossa.
Il pittore dovette procedere via via a perfezionare lo studio della composizione, modificandola, con l’ausilio anche dei bozzetti, resi noti dal Marini (in Mattia Preti 1989, pp. 147-148) fino ai risultati nella versione poi realizzata ad affresco.
Questo disegno, con gli altri alle schede successive, rappresenta bene, in un momento d’attività giovanile dell’artista, una delle fasi operative che con procedimento laborioso sottostà alla elaborazione di studi e poi modelli per le composizioni finali realizzate da Mattia Preti. Ed in questo caso analizziamo disegni in una fase ancora indefinita di organizzazione compositiva.
Anche la tecnica si rivela ancora acerba se paragonata alla maniera più sicura e intensa della maturità .
A questa stessa composizione sono stati relazionati due altri disegni: l’uno alla Farnesina di Roma segnalato dal Mariani nel 1928 (p. 261), citato anche dal Vitzthum (Firenze 1967, p. 50), ma oggi attribuito a Lazzaro Baldi (Roma 1979-80, n. 89) dopo un primo suggerimento a Guglielmo Cortese (Roma 1956, p. 35, n. 27); l’altro a Darmstadt (inv. AE 1825; Simane, in Dannstadt 1994-95, pp. 87-88, n. 44), innegabilmente vicino al precedente, attribuito all’artista con riserva per la problematicità di confronti con disegni con- dotti in una tecnica a penna in inchiostro del tutto ignorata da Mattia Preti.
Rossana Muzii, Mattia PRETI tra Roma, Napoli e Malta, Electa Napoli, 1999, pag. 208
[…] il disegno si riferisce all’affresco dipinto nell’abside della Chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma, e in alto a sinistra di questo foglio si trova un abbozzo iniziale per il secondo dei tre affreschi della Chiesa romana, la Morte di Sant’Andrea.
Luigi Tassoni, MATTIA PRETI E IL SENSO DEL DISEGNO, Moretti & Vitali, Bergamo, 1990


