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Titolo: Giacobbe, Labano e il suo gregge, Lia e Rachele |
| Anno: 1656 – 1660 | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 210×160 | |
| Città: Cosenza | |
| Collocazione: Galleria Nazionale Palazzo Arnone |
Il dipinto illustra una historia del Vecchio Testamento (Genesi 31, 33-35) relativa alle vicende di Giacobbe che, recatosi ad Aram per prendere moglie, si innamora di Rachele, figlia di Labano, suo zio. Presso di lui lavora per ben sette anni al fine di ottenerla come sposa, ma Labano lo inganna sostituendo il giorno delle nozze Rachele «formosa e di bell’aspetto» con Lia, l’altra figlia «che aveva gli occhi malati». Alle proteste di Giacobbe segue un nuovo patto che lo vede impegnato per altri sette anni. Le ricchezze di Labano aumentano grazie al lavoro del nipote che ormai reclama la sua parte; e quando, obbedendo al comando di Dio, Giacobbe decide di partire dalla casa dello zio, Rachele, presi gli idoli di famiglia di suo padre, li nasconde. Labano fruga nella tenda delle figlie per trovare i suoi dei, ma l’astuta Rachele si scusa col padre impedendogli di ispezionare la sella del cammello dove li aveva nascosti.
Nell’opera cosentina potrebbe leggersi rappresentato il momento in cui Giacobbe, la cui figura impostata di scorcio e contro luce giganteggia al centro della tela, indica con fare vivace e determinato allo zio, chino su un baule, la ricchezza delle lane delle sue pecore, raffigurate sullo sfondo dietro il loro pastore; ma la sella che si intravede in basso a destra suggerisce, forse in modo più pertinente, un rimando al momento in cui Labano, ingannato dall’astuta figlia, fruga senza risultato.
Intorno al suo gesto perentorio e significativo sembrano muoversi come in cerchio le mani degli astanti, un’idea compositiva che concorre a guidare l’occhio del riguardante verso il baule intorno al quale si affanna Labano. La scena, impostata su diagonali, è presentata con taglio ravvicinato ed avvolta dall’oscurità rotta dalla luce che, piovendo dall’alto, fa emergere parzialmente dall’ombra la rude fisionomia di Giacobbe, il capo chino dell’avaro Labano e totalmente investe di un chiarore argenteo Rachele, protagonista dell’inganno con la sua astuzia.
Nell’opera cosentina potrebbe leggersi rappresentato il momento in cui Giacobbe, la cui figura impostata di scorcio e contro luce giganteggia al centro della tela, indica con fare vivace e determinato allo zio, chino su un baule, la ricchezza delle lane delle sue pecore, raffigurate sullo sfondo dietro il loro pastore; ma la sella che si intravede in basso a destra suggerisce, forse in modo più pertinente, un rimando al momento in cui Labano, ingannato dall’astuta figlia, fruga senza risultato.
Intorno al suo gesto perentorio e significativo sembrano muoversi come in cerchio le mani degli astanti, un’idea compositiva che concorre a guidare l’occhio del riguardante verso il baule intorno al quale si affanna Labano. La scena, impostata su diagonali, è presentata con taglio ravvicinato ed avvolta dall’oscurità rotta dalla luce che, piovendo dall’alto, fa emergere parzialmente dall’ombra la rude fisionomia di Giacobbe, il capo chino dell’avaro Labano e totalmente investe di un chiarore argenteo Rachele, protagonista dell’inganno con la sua astuzia.
M.T.S.
Mattia Preti, Il Cavalier Calabrese – Electa Napoli, 1999

