Il re di Gerusalemme, Aladino, su suggerimento del mago Ismeno, aveva fatto prelevare da una chiesa cristiana l’immagine della Vergine facendola trasportare in una moschea; questo, secondo il mago, avrebbe reso inespugnabile Gerusalemme. Tuttavia qualcuno aveva sottratto l’immagine dalla moschea e Aladino, infuriato, aveva dato ordine che tutti i cristiani di Gerusalemme fossero trucidati. Per evitare ciò, la cristiana Sofronia decide di autoaccusarsi del furto, venendo pertanto condannata al rogo. Olindo, segretamente innamorato di lei, si autoaccusa nel tentativo di salvarla, ma invano. Interviene la vergine guerriera saracena Clorinda che, commossa dalla loro vicenda, intercede presso il re per ottenere la liberazione dei due giovani cristiani.
Il soggetto, piuttosto insolito in pittura, è tratto dalla Gerusalemme Liberata (Il, 16-53) di Torquato Tasso e, nell’accezione iconografica, ripropone il tema della giustizia e della grazia per i condannati; l’argomento risulta in precedenza già trattato da Mattia Preti in una tela, datata agli inizi degli anni cinquanta del Seicento, documentata nella collezione del cardinale Giovanni Battista Pallotta (cfr. Boccardo, in Caldarola 2009, pp. 152-153), dal 1684 conservata presso le collezioni di palazzo Rosso a Genova [scheda n. 39]. Il racconto, rispetto alla versione di Malibu, è riproposto con limitatissime varianti testuali, in una animata composizione che si differenzia però molto a livello stilistico.
Il dipinto californiano, inizialmente attribuito a Luca Giordano (Fredericksen 1972), solo in seguito fu riconosciuto come opera di Mattia Preti (Fredericksen 1975). L’attribuzione appare convincente e coerente con la produzione napoletana del maestro ormai pienamente maturo, i cui risultati migliori sono nei due grandi quadri con santi francescani della chiesa di San Lorenzo Maggiore a Napoli (cfr. Spike 1999, nn. 133-134) terminati nel 1660, tempo in cui può essere collocata anche la realizzazione di Clorinda fa graziare Olindo e Sofronia dal rogo di Malibu (Spike 1999).
Il soggetto, piuttosto insolito in pittura, è tratto dalla Gerusalemme Liberata (Il, 16-53) di Torquato Tasso e, nell’accezione iconografica, ripropone il tema della giustizia e della grazia per i condannati; l’argomento risulta in precedenza già trattato da Mattia Preti in una tela, datata agli inizi degli anni cinquanta del Seicento, documentata nella collezione del cardinale Giovanni Battista Pallotta (cfr. Boccardo, in Caldarola 2009, pp. 152-153), dal 1684 conservata presso le collezioni di palazzo Rosso a Genova [scheda n. 39]. Il racconto, rispetto alla versione di Malibu, è riproposto con limitatissime varianti testuali, in una animata composizione che si differenzia però molto a livello stilistico.
Il dipinto californiano, inizialmente attribuito a Luca Giordano (Fredericksen 1972), solo in seguito fu riconosciuto come opera di Mattia Preti (Fredericksen 1975). L’attribuzione appare convincente e coerente con la produzione napoletana del maestro ormai pienamente maturo, i cui risultati migliori sono nei due grandi quadri con santi francescani della chiesa di San Lorenzo Maggiore a Napoli (cfr. Spike 1999, nn. 133-134) terminati nel 1660, tempo in cui può essere collocata anche la realizzazione di Clorinda fa graziare Olindo e Sofronia dal rogo di Malibu (Spike 1999).
Giorgio Leone – Vittorio Sgarbi – Mattia Preti – Rubbettino, Soveria Mannelli (CS), 2013

