|
Titolo: Clorinda fa graziare Olindo e Sofronia dal rogo |
| Anno: 1650 circa | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 248×245 | |
| Città: Genova | |
| Collocazione: Musei di Strada Nuova – Palazzo Rosso |
La scena dipinta da Mattia Preti per il cardinale Giovanni Battista Pallotta rappresenta l’episodio narrato da Tasso nella Gerusalemme liberata (Il, 16-53), in cui Sofronia viene condannata al rogo dopo essersi accusata del furto di un’icona della Madonna che il re di Gerusalemme, Aladino, aveva fatto sottrarre al tempio dei cristiani per portarla in una moschea. Per salvare la sua amata, anche Olindo si autoaccusa, ma commossa da questa fedeltà la vergine guerriera Clorinda, con il suo elmo piumato e in sella a un bellissimo cavallo, interviene a liberare i due giovani amanti, promettendo al re l’aiuto in guerra. Il Preti concentra l’attenzione sulla bella Sofronia, posta in alto a destra, e sul gesto di salvezza compiuto da Clorinda dal roseo incarnato che irrompe in basso a sinistra; gli astanti assistono alla scena ambientata all’aperto, con un succedersi di architetture nello sfondo.
Il dipinto fu commissionato a Preti intorno al 1650 dal Cardinale Pallotta, creatura di Urbano VIII, il quale, fra le altre cariche, gli conferì quella di Governatore di Roma, «dove fece vedere al Pubblico, che l’unico suo scopo, quello era di amministrare indistintamente uguale giustizia ad ogni sorta di persone, senza alcuna distinzione, o riguardo, né al favore dei grandi, né alla mediazione de’ potenti» (Cardella 1793, VI, p. 293).
[…]
La storia di Clorinda che salva dal rogo i due amanti, così come quella dei due fedeli amici Damone e Pizia, rimanda alla clemenza e all’esercitazione di un’equa giustizia praticata dal Pallotta, come è già stato messo in evidenza da Boccardo (in Genova 1992), il quale rammenta «che il riproporsi in entrambi gli episodi dei temi della giustizia e della grazia per i condannati risulta particolarmente adatto alla celebrazione del cardinal Pallotta, in quanto Alfonso Chacon attesta che nel corso della legazione del porporato a Ferrara “fu tanta la fama della sua giustizia … essendo stato versato solo di rado il sangue dei rei” (Chacon 1677, IV, col. 579»> (Boccardo, in Caldarola 1999, p. 152).
Il dipinto fu commissionato a Preti intorno al 1650 dal Cardinale Pallotta, creatura di Urbano VIII, il quale, fra le altre cariche, gli conferì quella di Governatore di Roma, «dove fece vedere al Pubblico, che l’unico suo scopo, quello era di amministrare indistintamente uguale giustizia ad ogni sorta di persone, senza alcuna distinzione, o riguardo, né al favore dei grandi, né alla mediazione de’ potenti» (Cardella 1793, VI, p. 293).
[…]
La storia di Clorinda che salva dal rogo i due amanti, così come quella dei due fedeli amici Damone e Pizia, rimanda alla clemenza e all’esercitazione di un’equa giustizia praticata dal Pallotta, come è già stato messo in evidenza da Boccardo (in Genova 1992), il quale rammenta «che il riproporsi in entrambi gli episodi dei temi della giustizia e della grazia per i condannati risulta particolarmente adatto alla celebrazione del cardinal Pallotta, in quanto Alfonso Chacon attesta che nel corso della legazione del porporato a Ferrara “fu tanta la fama della sua giustizia … essendo stato versato solo di rado il sangue dei rei” (Chacon 1677, IV, col. 579»> (Boccardo, in Caldarola 1999, p. 152).
A. D’A. – Vittorio Sgarbi – Mattia Preti – Rubbettino, Soveria Mannelli (CS), 2013

