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Titolo: Incredulità di San Tommaso |
| Anno: 1656 -1660 | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 187×145,5 | |
| Città: Vienna | |
| Collocazione: Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie |
L’opera non è databile con precisione ma sembra risentire della piena maturità pretiana ancora precedente al rientro a Roma dopo il periodo napoletano, e agli affreschi della Stanza dell’Aria a Valmontone.
Il dipinto ha carattere solenne e magniloquente, denotando un tipico procedimento del Preti negli anni più produttivi, che trae le sue origini dalle meditazioni del grande Maestro proprio sulle componenti caravaggesche della sua maniera. L’impostazione del quadro, largamente anomala nella reinvezione dell’immagine del Cristo che ostende le piaghe del costato, più nella posa della predicazione di Giovanni che in quella canonicamente caravaggesca della scena secondo l’idea ormai tradizionale, denota quel processo di riformulazione dell’iconografia per il quale sulla matrice caravaggesca Preti innesta un ben diverso modo di pensare e dipingere.
Ancora una volta è nel con temperamento tra la dimensione lirica e introversa e quella epica e declamatoria che l’invenzione pretiana trova il suo punto di equilibrio, indubbiamente classica nella sua ripulsa per ogni retorica espressiva qualificabile come «forma barocca».
Il dialogo interno dei personaggi e la proiezione verso l’osservatore della figura del Cristo sono gli incunamboli più espliciti di quello che sarà il metodo di lavoro del Preti nella grande impresa del San Giovanni a Malta, presumibilmente posteriore di circa un decennio a questo grande capolavoro.
Il dipinto ha carattere solenne e magniloquente, denotando un tipico procedimento del Preti negli anni più produttivi, che trae le sue origini dalle meditazioni del grande Maestro proprio sulle componenti caravaggesche della sua maniera. L’impostazione del quadro, largamente anomala nella reinvezione dell’immagine del Cristo che ostende le piaghe del costato, più nella posa della predicazione di Giovanni che in quella canonicamente caravaggesca della scena secondo l’idea ormai tradizionale, denota quel processo di riformulazione dell’iconografia per il quale sulla matrice caravaggesca Preti innesta un ben diverso modo di pensare e dipingere.
Ancora una volta è nel con temperamento tra la dimensione lirica e introversa e quella epica e declamatoria che l’invenzione pretiana trova il suo punto di equilibrio, indubbiamente classica nella sua ripulsa per ogni retorica espressiva qualificabile come «forma barocca».
Il dialogo interno dei personaggi e la proiezione verso l’osservatore della figura del Cristo sono gli incunamboli più espliciti di quello che sarà il metodo di lavoro del Preti nella grande impresa del San Giovanni a Malta, presumibilmente posteriore di circa un decennio a questo grande capolavoro.
C. S. – Mattia Preti, Il Cavalier Calabrese – Electa Napoli, 1999
(Nel testo: Mattia Preti a cura di Erminia Corace – Roma, 1989 l’immagine è riflessa, così come nell’archivio della Fondazione Zeri, in B/N, con collocazione nell’abbazia di Montecassino piuttosto che a Vienna, [ v. scheda 371], n.d.r.)

