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Titolo: Cristo fa precipitare Satana |
| Anno: 1656 circa | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 234×182 | |
| Città: Napoli | |
| Collocazione: Musei e Gallerie di Capodimonte |
Anche questa tela fa parte del gruppo di cinque dipinti descritti dal De Dominici nella raccolta di Diomede Carafa duca di Maddaloni, verosimilmente collegabili al documento di pagamento datato 30 maggio 1656 pubblicato da Nappi nel 1980.
[…]
L’episodio raffigurato è narrato dai Vangeli di Matteo (4,1-11) e Luca (4,1-13) Cristo, durante i quaranta giorni di digiuno passati nel deserto, viene indotto da Satana numerose volte a cedere alla tentazione di possedere «tutti i regni del mondo con la loro gloria» che si vedono da un alto monte a patto di inginocchiarsi e adorare il demonio. Cristo rifiuta con fermezza e, benché non riportato dai Vangeli ma spesso raffigurato nella tradizione iconografica dell’episodio, Satana precipita rovinosamente dalla rupe.
Le strette affinità sotto il profilo tematico e compositivo con la tela rimasta nella cappella Carafa nel feudo di Maddaloni lasciano chiaramente ritenere che le due tele sono state concepite insieme, non si sa se dietro esplicita richiesta del committente, dal momento che il documento del 1656 parla soltanto di cinque dipinti «venduti» al duca di Maddaloni, con il quale Preti era comunque in contatto anche per l’affresco da fare nel portale del suo palazzo.
Pur condividendo il tipo di stesura pittorica per larghi piani determinati da profonde ombreggiature, e i toni cromatici delle altre tele acquistate dal Maddaloni – il Figliol prodigo di Capodimonte, la Cananea di Stoccarda e il Cristo e il centurione di Palermo, queste due ultime a loro volta concepite en pendant – l’impostazione compositiva, più scarna ed essenziale consona, del resto, al tema, rimanda piuttosto ai dipinti eseguiti per San Domenico Soriano, in particolare al Battista, nonché alla celebre figura del San Sebastiano della chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori realizzati con analoghi intenti compositivi. Forte è il contrasto tra la severa e composta figura di Cristo che ammonisce Satana, e quella del diavolo, con gli occhi sbarrati ed i fianchi cinti da una mostruosa serpe, che precipita a braccia spalancate, definendo in questo modo, attraverso un tipico procedimento pretiano, la spazialità del primo piano rispetto alla profonda larghezza di campo dell’intera scena.
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L’episodio raffigurato è narrato dai Vangeli di Matteo (4,1-11) e Luca (4,1-13) Cristo, durante i quaranta giorni di digiuno passati nel deserto, viene indotto da Satana numerose volte a cedere alla tentazione di possedere «tutti i regni del mondo con la loro gloria» che si vedono da un alto monte a patto di inginocchiarsi e adorare il demonio. Cristo rifiuta con fermezza e, benché non riportato dai Vangeli ma spesso raffigurato nella tradizione iconografica dell’episodio, Satana precipita rovinosamente dalla rupe.
Le strette affinità sotto il profilo tematico e compositivo con la tela rimasta nella cappella Carafa nel feudo di Maddaloni lasciano chiaramente ritenere che le due tele sono state concepite insieme, non si sa se dietro esplicita richiesta del committente, dal momento che il documento del 1656 parla soltanto di cinque dipinti «venduti» al duca di Maddaloni, con il quale Preti era comunque in contatto anche per l’affresco da fare nel portale del suo palazzo.
Pur condividendo il tipo di stesura pittorica per larghi piani determinati da profonde ombreggiature, e i toni cromatici delle altre tele acquistate dal Maddaloni – il Figliol prodigo di Capodimonte, la Cananea di Stoccarda e il Cristo e il centurione di Palermo, queste due ultime a loro volta concepite en pendant – l’impostazione compositiva, più scarna ed essenziale consona, del resto, al tema, rimanda piuttosto ai dipinti eseguiti per San Domenico Soriano, in particolare al Battista, nonché alla celebre figura del San Sebastiano della chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori realizzati con analoghi intenti compositivi. Forte è il contrasto tra la severa e composta figura di Cristo che ammonisce Satana, e quella del diavolo, con gli occhi sbarrati ed i fianchi cinti da una mostruosa serpe, che precipita a braccia spalancate, definendo in questo modo, attraverso un tipico procedimento pretiano, la spazialità del primo piano rispetto alla profonda larghezza di campo dell’intera scena.
Mariella Utili – Mattia Preti tra Roma, Napoli e Malta – Electa Napoli, 1999

