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Titolo: Gloria di San Nicola da Bari |
| Anno: 1653 | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 217×156 | |
| Città: Napoli | |
| Collocazione: Musei e Gallerie di Capodimonte |
San Nicola fu vescovo di Mira, in Asia Minore, nel corso del IV secolo. Le sue spoglie furono poi trasferite a Bari durante l’XI secolo. L’attributo delle tre sfere d’oro nella sua iconografia fa riferimento al racconto della Leggenda aurea, secondo il quale il Santo aiutò un gentiluomo caduto in povertà gettando per tre notti di seguito nella sua casa una sfera d’oro come dote per le sue figlie.
Gli importanti ritrovamenti documentari di Clifton e Spike hanno consentito di riconsiderare l’attività napoletana di Preti e di rileggere sotto nuova luce anche i documenti già noti.
[…]
De Dominici racconta la reazione dei pittori napoletani, i quali «rimasero storditi nel vedere quel gruppo di figure così ben messe assieme, e mirandosi l’un l’altro non sapean che dirsi ammirati della mossa del Santo, il quale inginocchiato sulle nubbi, e con gli occhi al Cielo è portato alla gloria dagli Angioli; imperciocchè consideravano l’impasto del colore, la forza del chiaroscuro, e ‘l tremendo disegno usato in quelle figure … »
[…]
L’intera composizione si basa sullo scorcio ardito della possente figura del Santo che si impone, nella sua monumentalità, emergendo dall’ombra cupa del fondo a malapena delineato. Molto forti sono i richiami alla tradizione emiliana, Lanfranco e Guercino in particolare, oltre che i riferimenti alla pittura di Ribera e dei naturalisti napoletani, con i quali Preti deve ora misurarsi. Sotto il profilo stilistico, l’opera viene dunque ad assumere una posizione intermedia tra le imprese modenesi e tele quali l’Adorazione dei magi di Holkham Hall, da una parte, e le imponenti figure, di qualche anno posteriori del San Sebastiano o del San Paolo eremita, dall’altra. Il recente restauro ha messo in evidenza la raffinatezza del gioco di luci sulla veste del Santo e sul suo manto. Pochi tocchi di giallo intenso spezzano la cromia generale della composizione, determinata dal solo alternarsi di zone di luce e d’ombra, e che fece dire al Longhi: «la creazione di Preti è dunque l’affioramento armonico delle masse lungo i piani capitali della luce».
Gli importanti ritrovamenti documentari di Clifton e Spike hanno consentito di riconsiderare l’attività napoletana di Preti e di rileggere sotto nuova luce anche i documenti già noti.
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De Dominici racconta la reazione dei pittori napoletani, i quali «rimasero storditi nel vedere quel gruppo di figure così ben messe assieme, e mirandosi l’un l’altro non sapean che dirsi ammirati della mossa del Santo, il quale inginocchiato sulle nubbi, e con gli occhi al Cielo è portato alla gloria dagli Angioli; imperciocchè consideravano l’impasto del colore, la forza del chiaroscuro, e ‘l tremendo disegno usato in quelle figure … »
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L’intera composizione si basa sullo scorcio ardito della possente figura del Santo che si impone, nella sua monumentalità, emergendo dall’ombra cupa del fondo a malapena delineato. Molto forti sono i richiami alla tradizione emiliana, Lanfranco e Guercino in particolare, oltre che i riferimenti alla pittura di Ribera e dei naturalisti napoletani, con i quali Preti deve ora misurarsi. Sotto il profilo stilistico, l’opera viene dunque ad assumere una posizione intermedia tra le imprese modenesi e tele quali l’Adorazione dei magi di Holkham Hall, da una parte, e le imponenti figure, di qualche anno posteriori del San Sebastiano o del San Paolo eremita, dall’altra. Il recente restauro ha messo in evidenza la raffinatezza del gioco di luci sulla veste del Santo e sul suo manto. Pochi tocchi di giallo intenso spezzano la cromia generale della composizione, determinata dal solo alternarsi di zone di luce e d’ombra, e che fece dire al Longhi: «la creazione di Preti è dunque l’affioramento armonico delle masse lungo i piani capitali della luce».
Mariella Utili – Mattia Preti tra Roma, Napoli e Malta – Electa Naploi, 1999

