![]() |
Titolo: Il ritorno del figliol prodigo |
| Anno: 1658 | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 206×283 | |
| Città: Napoli | |
| Collocazione: Palazzo Reale |
Tra le numerose redazioni di uno dei soggetti più replicati da Preti nell’arco della sua lunga attività (cfr scheda n. 35 del dipinto di Le Mans), il Figliol prodigo del Palazzo Reale di Napoli è la versione nella quale si avverte con maggior evidenza la forte influenza della componente guercinesca nella cultura del maestro – si pensi alla tela di Vienna dell’emiliano – e quella che esprime in maniera più compiuta il linguaggio della piena maturità.
Tutte le componenti dell’opera appaiono dosate e calibrate con una estrema attenzione all’equilibrio cornpositivo dell’insieme.
Il taglio, così ravvicinato anche rispetto alle tele di Le Mans e di Reggio Calabria (scheda n. 186), e il forte chiaroscuro esaltano il potenziale narrativo della scena. È ancora una volta la luce, infatti, a giocare un ruolo privilegiato nell’economia del dipinto: i corpi assumono la loro consistenza proprio nel venir fuori dall’ombra che li avvolge. Perno di tutta la composizione è il possente torso nudo del giovane, modellato dall’opporsi di luce e ombra in tutta la sua articolata anatomia; il richiamo al sant’Agostino della pala di Tortoreto è ancora evidente, anche se il caravaggismo più marcato di quella fase si è trasformato in un linguaggio di grande perizia tecnica e mestiere, più consono alla maturità espressiva ormai raggiunta. Il bianco della veste che il padre e la vecchia nutrice porgono al giovane costituisce il vertice intensissimo di un equilibrio cromatico basato interamente su tonalità basse di grigio e arancio; il trattamento accentuatamente naturalistico di alcuni brani, come la testa dell’anziano genitore, ricorda le prove risalenti agli ultimi anni dell’attività romana del pittore, o tele come il San Nicola per San Domenico Soriano, riconsiderate però con una nuova e più intensa scioltezza di pennello. È il caso anche della lacrima che spicca sulla guancia del figliol prodigo, che richiama alla mente un’altra tela degli anni centrali del soggiorno napoletano, il suggestivo Crocifisso già in collezione Proto d’Albaneta. Non a caso Longhi (1913), riferendosi all’arte del Preti maturo, parla di «Stile» con l’iniziale maiuscola, e, proprio nei confronti di questo dipinto, sottolinea che il brano del panno portato dal giovane servo sulla sinistra «si compone come uno dei più nobili panneggi di Cézanne, M’è sempre parso ch’esso presenti l’Arte stessa, lo Stile, accordati in quella breve architettura delicata, ed estranea alla vita».
Tutte le componenti dell’opera appaiono dosate e calibrate con una estrema attenzione all’equilibrio cornpositivo dell’insieme.
Il taglio, così ravvicinato anche rispetto alle tele di Le Mans e di Reggio Calabria (scheda n. 186), e il forte chiaroscuro esaltano il potenziale narrativo della scena. È ancora una volta la luce, infatti, a giocare un ruolo privilegiato nell’economia del dipinto: i corpi assumono la loro consistenza proprio nel venir fuori dall’ombra che li avvolge. Perno di tutta la composizione è il possente torso nudo del giovane, modellato dall’opporsi di luce e ombra in tutta la sua articolata anatomia; il richiamo al sant’Agostino della pala di Tortoreto è ancora evidente, anche se il caravaggismo più marcato di quella fase si è trasformato in un linguaggio di grande perizia tecnica e mestiere, più consono alla maturità espressiva ormai raggiunta. Il bianco della veste che il padre e la vecchia nutrice porgono al giovane costituisce il vertice intensissimo di un equilibrio cromatico basato interamente su tonalità basse di grigio e arancio; il trattamento accentuatamente naturalistico di alcuni brani, come la testa dell’anziano genitore, ricorda le prove risalenti agli ultimi anni dell’attività romana del pittore, o tele come il San Nicola per San Domenico Soriano, riconsiderate però con una nuova e più intensa scioltezza di pennello. È il caso anche della lacrima che spicca sulla guancia del figliol prodigo, che richiama alla mente un’altra tela degli anni centrali del soggiorno napoletano, il suggestivo Crocifisso già in collezione Proto d’Albaneta. Non a caso Longhi (1913), riferendosi all’arte del Preti maturo, parla di «Stile» con l’iniziale maiuscola, e, proprio nei confronti di questo dipinto, sottolinea che il brano del panno portato dal giovane servo sulla sinistra «si compone come uno dei più nobili panneggi di Cézanne, M’è sempre parso ch’esso presenti l’Arte stessa, lo Stile, accordati in quella breve architettura delicata, ed estranea alla vita».
Mariella Utili – Mattia Preti Tra Roma, Napoli e Malta – Electa Napoli, 1999

