321 – Cristo risorto appare agli Apostoli

  Titolo:   Cristo risorto appare agli Apostoli
Anno:  1670 – 1675
Tecnica: Olio su tela
Dimensioni:  149×203
Città:  Siviglia
Collocazione:   Museo Nazionale

Il dipinto proviene dalla collezione di Dean Lopez Cepero, nella quale compariva come opera di Guercino. Nel 1931 fu donato al museo da Don Olegario Peralbo, senza però alcun riferimento all’autore e con un’indicazione sbagliata del soggetto indicato come Cena in Emmaus. Individuato, poi, nell’episodio evangelico in cui San Giovanni Battista rimprovera Erede, è stato infine esattamente riconosciuto in una delle apparizioni di Cristo agli apostoli dopo la risurrezione narrate nel Vangelo di san Luca (24, 35-49). Tale riconoscimento è avvenuto dapprima per una delle repliche del dipinto, quella in Collezione Carime a Cosenza, il cui esame ha portato Giorgio Leone (in Sicoli-Leone 1997) ad avanzare anche l’ipotesi di individuare nel dipinto da lui esaminato, e quindi per traslato anche in questo del Museo di Siviglia, il pendant dell’ Increduli  di San Tommaso conservato a La Valletta, per gli stessi tratti fisiognomici e stilistici nella resa della figura del Cristo e per la continuità  narrativa dei due soggetti (cfr. Capitelli, in Cosenza 2003, n. 14).

Nel 1965 Alfonso Pérez Sanchez proponeva di collocare il dipinto nella produzione dei primi anni settanta di Mattia Preti, dunque nel momento in cui si ha un oscuramento della tavolozza pittorica, in base al confronto con una delle poche opere datate che si conoscono del Maestro, la pala d’altare con San Luca conservata nella chiesa di San Francesco d’Assisi a La Valletta eseguita nel 1671. L’opinione è condivisa da Spike (1999). Infatti il volto del Santo della pala è molto simile a quello dell’apostolo seduto al tavolo in posizione frontale, con il braccio alzato in segno di sorpresa e con Io sguardo rivolto all’osservante come a volerlo coinvolgere direttamente nell’evento in atto. L’episodio evangelico trattato su questa tela deve aver particolarmente colpito Preti che ne ha eseguito diverse redazioni, diversificandone la composizione, come quella in collezione privata, anch’essa datata da Spike (1999, n. 301) ai primi anni settanta per considerazioni stilistiche e tecniche, di cui una copia antica è nella cappella del Palazzo Verdala a Rabat. Si conoscono, infine, due copie piuttosto fedeli della tela di Siviglia: una, datata nell’ultimo decennio del Seicento e assegnata a un allievo o collaboratore di Preti, che è appunto quella menzionata in Collezione Carime a Cosenza, e attualmente nella Galleria Nazionale della stessa città ; l’altra, ritenuta di seguace del Maestro, è conservata nel Museo Diocesano di Donnaregina a Napoli (cfr. Utili, in Leone de Castris 2008, n. 44).

Quest’ultima, di dimensioni minori in quanto risulta tagliata sul lato sinistro, mancando due figure di apostoli e la figura in primo piano di spalle, è alquanto interessante non solo per il ductus pittorico e la resa stilistica del soggetto, ma perchè permette di riconsiderare le parole di Bernardo De Dominici riportate nella vita di Luca Giordano: «Fu di memoria così felice, che si ricordava di quadri molti anni prima veduti … Che più mostrandogli Ramondo un disegno del Cavalier Calabrese, dove manca la figura del Cristo, che apparisce agli Apostoli, presa la penna la disegnò simile al quadro veduto da lui venti anni prima» (De Dominici 1742-1745, III, p. 440). Nonostante la tradizione positivista abbia screditato la veridicità  delle notizie tramandate dal biografo (cfr. Willette 1986, pp. 255-257), con la necessaria accortezza di studio, attraverso questa replica, si può ritenere molto probabile la circostanza che Giordano abbia potuto vedere a Napoli il dipinto autografo del Preti in argomento, transitato per Napoli prima di giungere nella collezione di qualche personalità  spagnola.

Francesca Pasculli
Vittorio Sgarbi – MATTIA PRETI, Rubbettino, 2013