Nelle rappresentazioni iconografiche dell’allegoria delle quattro stagioni dell’anno esiste una sorprendente continuità dall’età classica fino a tutto il Settecento. Spesso, proprio come in questo dipinto di Mattia Preti, il tema delle stagioni è unito a quello altrettanto allegorico delle età dell’uomo, al quale, del resto, sin dai tempi antichi erano associate numerologie dai significati filosofici e religiosi.
Mattia Preti in questo dipinto ha conferito un carattere fortemente simbolico al tema, dando vita a una composizione che unisce con specifici e originali rimandi le quattro stagioni e le quattro età dell’uomo. L’opera ha uno sviluppo scenico orizzontale e la composizione, impostata su diagonali, prevede in primo piano a destra due uomini: quello realizzato più all’esterno è molto vecchio, indossa una pelliccia ed è atteggiato come se stesse riscaldandosi a un fuoco immaginato fuori scena e quindi illustrando l’inverno; l’altro che segue, invece, meno vecchio, fuma una lunga pipa, allusione alla vanitas dell’inesorabile caducità del passare del tempo, e regge in una mano un fiasco di vino, senz’altro emblema dell’autunno, stagione del raccolto. Dietro quest’ultimo, con un bel taglio in diagonale, è raffigurato un ragazzo, con la camicia caduta dalla spalla, che mostra, tendendoli verso l’alto, un mazzetto di fiori bianchi, allegoria della primavera, parendo quasi porgerli all’allegoria dell’estate, messa all’estrema destra, dietro la figura identificata con l’Inverno, e immaginata come un giovane con la testa cinta da una ghirlanda di spighe e un fascio di grano tra le braccia. Bella, dunque, l’idea di raffigurare le stagioni in coppie che uniscono gli opposti, l’autunno alla primavera e l’inverno all’estate, e che in tal modo possano finanche alludere alle età dell’uomo, tra l’altro presentare con un originale modalità di racconto mettendo in primo piano l’età matura, anziana e vecchia contrapponendola a quella infantile, adolescenziale e giovanile messe in secondo piano.
Mattia Preti in questo dipinto ha conferito un carattere fortemente simbolico al tema, dando vita a una composizione che unisce con specifici e originali rimandi le quattro stagioni e le quattro età dell’uomo. L’opera ha uno sviluppo scenico orizzontale e la composizione, impostata su diagonali, prevede in primo piano a destra due uomini: quello realizzato più all’esterno è molto vecchio, indossa una pelliccia ed è atteggiato come se stesse riscaldandosi a un fuoco immaginato fuori scena e quindi illustrando l’inverno; l’altro che segue, invece, meno vecchio, fuma una lunga pipa, allusione alla vanitas dell’inesorabile caducità del passare del tempo, e regge in una mano un fiasco di vino, senz’altro emblema dell’autunno, stagione del raccolto. Dietro quest’ultimo, con un bel taglio in diagonale, è raffigurato un ragazzo, con la camicia caduta dalla spalla, che mostra, tendendoli verso l’alto, un mazzetto di fiori bianchi, allegoria della primavera, parendo quasi porgerli all’allegoria dell’estate, messa all’estrema destra, dietro la figura identificata con l’Inverno, e immaginata come un giovane con la testa cinta da una ghirlanda di spighe e un fascio di grano tra le braccia. Bella, dunque, l’idea di raffigurare le stagioni in coppie che uniscono gli opposti, l’autunno alla primavera e l’inverno all’estate, e che in tal modo possano finanche alludere alle età dell’uomo, tra l’altro presentare con un originale modalità di racconto mettendo in primo piano l’età matura, anziana e vecchia contrapponendola a quella infantile, adolescenziale e giovanile messe in secondo piano.
Antonella Salatino
Mattia Preti, 1613-2013, Della Fede e Umanità – Abramo, Caraffa di Catanzaro, 2013

