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Titolo: Martirio di San Bartolomeo |
| Anno: 1655 – 1656 | |
| Tecnica: Olio su tela | |
| Dimensioni: 194,4×192,9 | |
| Città: Manchester | |
| Collocazione: Currier Gallery of Art |
Il dipinto è stato identificato (Carandente 1971) con uno della serie dei tre martirii commissionati a Mattia Preti dal marchese fiammingo Ferdinand van den Eynden a Napoli, assieme alla Crocifissione di San Pietro oggi a Birmingham (cfr. Spike 1999, n. 7) e alla Decapitazione di San Paolo oggi a Houston (cfr. Spike 1999, n. 53), secondo quanto ci fa sapere De Dominici. Successivamente i tre dipinti furono smembrati e destinati alle tre figlie di van den Eynden e il Martirio di San Bartolomeo toccò presumibilmente a Caterina. Nel 1877 la tela era a Londra presso il collezionista J.E Eadean che la prestò per una mostra alla Royal Academy e, dopo un passaggio per una collezione privata svizzera, fu acquistata nel 1970 dalla Currier Gallery of Art di Manchester.
La scena è quella relativa al martirio di san Bartolomeo, apostolo e predicatore in India e in Armenia, dove, secondo la Legenda aurea (cfr. Vitale Brovarone 1992, pp. 209-212), venne spellato vivo per ordine del re Astiage che non riuscì a convincerlo a rinnegare la fede cristiana. Grande intensità ha la posa del Santo, che si affida al proprio destino con espressione estatica e la luce ne plasma il corpo, e attenua l’azione del carnefice, che ha tra le labbra il coltello. Sono note altre versioni di questo soggetto, tra cui una nel Museo d’Arte Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila (cfr. Spike 1999, n. 60), che presenta una composizione complessa e con più personaggi che partecipano all’azione, e una, di minore dimensione, presso la Galleria Corsini di Roma (cfr. Spike 1999, n. 187), focalizzata sul corpo del Santo.
I caratteri stilistici del dipinto di Manchester sono gli stessi dei martirii di Birmingham e Houston, per il realismo interpretato con colori e luminosità derivati dall’esperienza veneziana. La serie dei tre dipinti, per i quali è proposta una datazione intorno al 1655-1656, viene considerata una «risposta di Preti ai quadri di grande effetto dei martirii del Ribera di vent’anni precedenti» (Spike 1999), e una conferma, per il successo riscontrato, della fama di Mattia tra i collezionisti napoletani.
La scena è quella relativa al martirio di san Bartolomeo, apostolo e predicatore in India e in Armenia, dove, secondo la Legenda aurea (cfr. Vitale Brovarone 1992, pp. 209-212), venne spellato vivo per ordine del re Astiage che non riuscì a convincerlo a rinnegare la fede cristiana. Grande intensità ha la posa del Santo, che si affida al proprio destino con espressione estatica e la luce ne plasma il corpo, e attenua l’azione del carnefice, che ha tra le labbra il coltello. Sono note altre versioni di questo soggetto, tra cui una nel Museo d’Arte Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila (cfr. Spike 1999, n. 60), che presenta una composizione complessa e con più personaggi che partecipano all’azione, e una, di minore dimensione, presso la Galleria Corsini di Roma (cfr. Spike 1999, n. 187), focalizzata sul corpo del Santo.
I caratteri stilistici del dipinto di Manchester sono gli stessi dei martirii di Birmingham e Houston, per il realismo interpretato con colori e luminosità derivati dall’esperienza veneziana. La serie dei tre dipinti, per i quali è proposta una datazione intorno al 1655-1656, viene considerata una «risposta di Preti ai quadri di grande effetto dei martirii del Ribera di vent’anni precedenti» (Spike 1999), e una conferma, per il successo riscontrato, della fama di Mattia tra i collezionisti napoletani.

