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Titolo: Martirio di Sant’Andrea |
| Anno: 1650 – 1651 | |
| Tecnica: Affresco | |
| Dimensioni: | |
| Città: Roma | |
| Collocazione: Sant’Andrea della Valle |
suscitarono qualche perplessità da parte di Cassiano dal Pozzo che scrive: «le pitture nuove d’un tal Cav. Calabrese, scoperte in Sant’Andrea della Valle nella Tribuna havendo il paragone con quelle di Domenico Zampieri alias Domenichino, che ci stan sopra e quelle della cupola del Lanfranchi, fanno contrasto tale, che i più non le stimano a proposito» (Lombroso 1874). Queste considerazioni negative sono poi state riprese e amplificate dagli storiografi che hanno tramandato una serie di malcontenti e dissapori tra Mattia Preti e i Teatini (Pascoli 1736, II; De Dominici 1742-1745, III), i quali pur apprezzando il lavoro svolto, gli chiedono comunque di apportare alcune modifiche.
Verosimilmente i malcontenti vanno legati a questioni economiche se, come avallano i documenti, il 18 aprile Mattia Preti si trova a Napoli e nomina un suo procuratore per la causa contro i padri Teatini. I padri reclamano una adeguata conclusione dei lavori con i due riquadri laterali ma il pittore sostiene di non averli dipinti in quanto non ha ricevuto il pagamento che gli spetta. Così, il cardinale Francesco Peretti Montalto il 25 aprile, paga al pittore un acconto di cento scudi «a conto della pittura che fa al coro di S. Andrea della Valle» (cfr. Spike 1998, sub data). Questa querelle prosegue fino al 1661 quando il Cavalier calabrese firma un altro contratto coi Teatini per ritoccare i tre affreschi del coro e dipingere i due riquadri ai lati dell’altare maggiore: un accordo che però non ebbe esito, almeno stando agli studi attuali.
Esaminando la conduzione pittorica degli affreschi, Schleier mette in evidenza che a prevalere, per il Cavalier calabrese, «è la massa dei volumi, la poderosità, il gigantismo, le dimensioni e la smisuratezza delle figure», che, per lo studioso, «Preti aveva ripreso dalla pala di Santa Petronilla del Guercino in San Pietro», non solo, ma anche «dal dipinto del soffitto in San Crisogono a Roma» (Schleier 1989, p. 80). Del resto, in una visione corale della decorazione della chiesa è rilevante che Preti instaura un rapporto armonico e coerente con il linguaggio pittorico di Domenichino e di Lanfranco che, come evidenzia Claudio Strinati, lo «lontana mille miglia da qualunque suggestione proveniente dalla lezione caravaggesca- (Strinati 1991, p. 2).
Verosimilmente i malcontenti vanno legati a questioni economiche se, come avallano i documenti, il 18 aprile Mattia Preti si trova a Napoli e nomina un suo procuratore per la causa contro i padri Teatini. I padri reclamano una adeguata conclusione dei lavori con i due riquadri laterali ma il pittore sostiene di non averli dipinti in quanto non ha ricevuto il pagamento che gli spetta. Così, il cardinale Francesco Peretti Montalto il 25 aprile, paga al pittore un acconto di cento scudi «a conto della pittura che fa al coro di S. Andrea della Valle» (cfr. Spike 1998, sub data). Questa querelle prosegue fino al 1661 quando il Cavalier calabrese firma un altro contratto coi Teatini per ritoccare i tre affreschi del coro e dipingere i due riquadri ai lati dell’altare maggiore: un accordo che però non ebbe esito, almeno stando agli studi attuali.
Esaminando la conduzione pittorica degli affreschi, Schleier mette in evidenza che a prevalere, per il Cavalier calabrese, «è la massa dei volumi, la poderosità, il gigantismo, le dimensioni e la smisuratezza delle figure», che, per lo studioso, «Preti aveva ripreso dalla pala di Santa Petronilla del Guercino in San Pietro», non solo, ma anche «dal dipinto del soffitto in San Crisogono a Roma» (Schleier 1989, p. 80). Del resto, in una visione corale della decorazione della chiesa è rilevante che Preti instaura un rapporto armonico e coerente con il linguaggio pittorico di Domenichino e di Lanfranco che, come evidenzia Claudio Strinati, lo «lontana mille miglia da qualunque suggestione proveniente dalla lezione caravaggesca- (Strinati 1991, p. 2).

