Rispetto alle altre versioni del tema, trattato da Preti sin dai primi tempi romani, la tela di Lione sembra raffigurare l’episodio nel momento in cui Sofonisba comincia già ad avvertire in sé l’effetto devastante del veleno coraggiosamente bevuto, dietro consiglio dell’uomo che ha appena sposato, Massinissa, per evitare la prigionia nelle mani dei romani (Livio, Ab Urbe Condita, XXX, 15).
Il dipinto riprende fortunati accorgimenti compositivi ormai ben sperimentati: scorcio ribassato, personaggi a tre quarti dominati dalla figura della protagonista, pochi inserti di colore vivo che spezzano un insieme cromatico basato su tonalità smorzate. L’illuminazione laterale che sottolinea i nodi narrativi essenziali: Sofonisba che comincia [ad] illividire; il calice posto al centro esatto della scena simbolicamente a separare ma, allo stesso tempo, a legare per sempre, nell’eroicità del gesto, i due sposi che lo reggono; la figura di spalle in primo piano, che attraverso l’inclinazione del busto dà profondità al campo visivo; suddivisione della scena tra una zona più ravvicinata, racchiusa da un grande drappo che delimita il primo piano, e lo sfondo con un cielo di tonalità spente, sul quale si stagliano elementi classici: un colonnato con trabeazione fortemente aggettante e la statua della cosidetta Flora farnese, che dovette, come si è accennato, colpire il giovane Preti, quando ebbe modo di vederla ancora nel palazzo romano insieme all’altrettanto famoso Ercole, dal momento che ritorna così di frequente negli sfondi delle sue composizioni, sin dai tempi degli affreschi in Sant’Andrea della Valle. Anche il volto del giovane paggio scorciato in primissimo piano, o quello che appare a malapena, con l’occhio sgranato, dietro il voluminoso panneggio delle vesti di Sofonisba, così come il vecchio barbuto col turbante, con sapienti tocchi di luce appena accennati sulla guancia e sul naso, cui fa riscontro sulla destra il profilo femminile, in piena luce, tagliato dal bordo stesso della tela, sono formule di successo riutilizzate da Preti con sapienza narrativa ed eloquente teatralità via via che s’inoltrava negli anni.
Il dipinto riprende fortunati accorgimenti compositivi ormai ben sperimentati: scorcio ribassato, personaggi a tre quarti dominati dalla figura della protagonista, pochi inserti di colore vivo che spezzano un insieme cromatico basato su tonalità smorzate. L’illuminazione laterale che sottolinea i nodi narrativi essenziali: Sofonisba che comincia [ad] illividire; il calice posto al centro esatto della scena simbolicamente a separare ma, allo stesso tempo, a legare per sempre, nell’eroicità del gesto, i due sposi che lo reggono; la figura di spalle in primo piano, che attraverso l’inclinazione del busto dà profondità al campo visivo; suddivisione della scena tra una zona più ravvicinata, racchiusa da un grande drappo che delimita il primo piano, e lo sfondo con un cielo di tonalità spente, sul quale si stagliano elementi classici: un colonnato con trabeazione fortemente aggettante e la statua della cosidetta Flora farnese, che dovette, come si è accennato, colpire il giovane Preti, quando ebbe modo di vederla ancora nel palazzo romano insieme all’altrettanto famoso Ercole, dal momento che ritorna così di frequente negli sfondi delle sue composizioni, sin dai tempi degli affreschi in Sant’Andrea della Valle. Anche il volto del giovane paggio scorciato in primissimo piano, o quello che appare a malapena, con l’occhio sgranato, dietro il voluminoso panneggio delle vesti di Sofonisba, così come il vecchio barbuto col turbante, con sapienti tocchi di luce appena accennati sulla guancia e sul naso, cui fa riscontro sulla destra il profilo femminile, in piena luce, tagliato dal bordo stesso della tela, sono formule di successo riutilizzate da Preti con sapienza narrativa ed eloquente teatralità via via che s’inoltrava negli anni.
Mariella Utili
Mattia Preti tra Roma, Napoli e Malta – Electa Napoli, 1999

